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Eppure, nessuna di queste misure restituisce davvero come uno spazio viene percepito.
La scala reale, l’orientamento, la relazione tra ambienti, il senso di apertura o compressione non emergono da un dato numerico, ma da un’esperienza corporea.
Prima di qualsiasi rappresentazione, lo spazio viene compreso dal corpo.
Oltre la misura astratta
Disegni, modelli e immagini permettono di descrivere uno spazio, ma lo fanno sempre dall’esterno.
Il corpo, invece, lo misura dall’interno.
Camminare, fermarsi, voltarsi, attraversare una soglia: sono azioni che producono una lettura immediata dello spazio.
Non razionale, ma percettiva. Non teorica, ma vissuta.
Quando il progetto viene valutato solo attraverso strumenti astratti, questa dimensione resta implicita, spesso sottovalutata.
Eppure è proprio qui che molte decisioni trovano il loro senso.
La percezione come atto progettuale
La percezione non è un effetto collaterale dell’architettura.
È una componente strutturale.
Ogni scelta progettuale modifica il modo in cui il corpo si orienta, si muove, si relaziona allo spazio.
La larghezza di un passaggio, l’altezza di un soffitto, la distanza tra due ambienti non sono solo dati dimensionali: sono condizioni esperienziali.
Progettare significa quindi prendere decisioni che avranno conseguenze dirette sul corpo di chi abiterà lo spazio.
Quando il corpo rientra nel processo
Nel momento in cui il progetto diventa esperibile prima di essere costruito, il corpo rientra attivamente nel processo decisionale.
Non come riferimento simbolico, ma come strumento di verifica.
La percezione di una distanza, la leggibilità di un percorso, il rapporto tra interno ed esterno emergono solo quando lo spazio viene attraversato, anche in forma simulata.
Qui il progetto smette di essere un esercizio di immaginazione e diventa un’esperienza anticipata.
La realtà virtuale come estensione della percezione
È in questo contesto che la realtà virtuale trova il suo significato più profondo.
Non come dimostrazione tecnologica, ma come estensione coerente della percezione corporea.
La VR non introduce un nuovo linguaggio.
Rende evidente ciò che il disegno e l’immagine non riescono a restituire completamente: la relazione diretta tra corpo e spazio.
Indossare un visore non significa “guardare meglio”, ma esserci.
Significa percepire la scala reale, orientarsi nello spazio, valutare distanze e proporzioni attraverso il movimento.
La tecnologia, in questo caso, non sostituisce l’esperienza.
La rende accessibile prima della costruzione.
Dalla simulazione alla presenza
Esiste una differenza sostanziale tra simulare uno spazio e sentirsi presenti al suo interno.
La presenza non è data dal livello di realismo grafico, ma dalla coerenza percettiva.
Quando il corpo riconosce uno spazio come credibile, anche se ancora virtuale, le decisioni cambiano qualità.
Non si valuta più solo ciò che appare corretto, ma ciò che si sente corretto.
La realtà virtuale diventa così uno strumento di misura sensibile, capace di restituire informazioni che nessun rendering può offrire.
Riconoscere il corpo come strumento di progetto significa accettare che alcune decisioni non possano essere prese solo a tavolino.
Richiedono attraversamento, presenza, tempo.
Questo non elimina la necessità di competenze tecniche o di strumenti tradizionali.
Le integra in un processo più completo, in cui la misura numerica e quella percettiva convivono.
Il progetto non viene semplificato.
Viene approfondito.
Quando il corpo torna al centro del processo, il progetto acquista una dimensione diversa.
Non è più solo una costruzione formale, ma una relazione tra spazio e presenza.
La realtà virtuale, in questo scenario, non è il fine.
È il mezzo che rende questa relazione osservabile prima che diventi irreversibile.
Eppure, nessuna di queste misure restituisce davvero come uno spazio viene percepito.
La scala reale, l’orientamento, la relazione tra ambienti, il senso di apertura o compressione non emergono da un dato numerico, ma da un’esperienza corporea.
Prima di qualsiasi rappresentazione, lo spazio viene compreso dal corpo.
Oltre la misura astratta
Disegni, modelli e immagini permettono di descrivere uno spazio, ma lo fanno sempre dall’esterno.
Il corpo, invece, lo misura dall’interno.
Camminare, fermarsi, voltarsi, attraversare una soglia: sono azioni che producono una lettura immediata dello spazio.
Non razionale, ma percettiva. Non teorica, ma vissuta.
Quando il progetto viene valutato solo attraverso strumenti astratti, questa dimensione resta implicita, spesso sottovalutata.
Eppure è proprio qui che molte decisioni trovano il loro senso.
La percezione come atto progettuale
La percezione non è un effetto collaterale dell’architettura.
È una componente strutturale.
Ogni scelta progettuale modifica il modo in cui il corpo si orienta, si muove, si relaziona allo spazio.
La larghezza di un passaggio, l’altezza di un soffitto, la distanza tra due ambienti non sono solo dati dimensionali: sono condizioni esperienziali.
Progettare significa quindi prendere decisioni che avranno conseguenze dirette sul corpo di chi abiterà lo spazio.
Quando il corpo rientra nel processo
Nel momento in cui il progetto diventa esperibile prima di essere costruito, il corpo rientra attivamente nel processo decisionale.
Non come riferimento simbolico, ma come strumento di verifica.
La percezione di una distanza, la leggibilità di un percorso, il rapporto tra interno ed esterno emergono solo quando lo spazio viene attraversato, anche in forma simulata.
Qui il progetto smette di essere un esercizio di immaginazione e diventa un’esperienza anticipata.
La realtà virtuale come estensione della percezione
È in questo contesto che la realtà virtuale trova il suo significato più profondo.
Non come dimostrazione tecnologica, ma come estensione coerente della percezione corporea.
La VR non introduce un nuovo linguaggio.
Rende evidente ciò che il disegno e l’immagine non riescono a restituire completamente: la relazione diretta tra corpo e spazio.
Indossare un visore non significa “guardare meglio”, ma esserci.
Significa percepire la scala reale, orientarsi nello spazio, valutare distanze e proporzioni attraverso il movimento.
La tecnologia, in questo caso, non sostituisce l’esperienza.
La rende accessibile prima della costruzione.
Dalla simulazione alla presenza
Esiste una differenza sostanziale tra simulare uno spazio e sentirsi presenti al suo interno.
La presenza non è data dal livello di realismo grafico, ma dalla coerenza percettiva.
Quando il corpo riconosce uno spazio come credibile, anche se ancora virtuale, le decisioni cambiano qualità.
Non si valuta più solo ciò che appare corretto, ma ciò che si sente corretto.
La realtà virtuale diventa così uno strumento di misura sensibile, capace di restituire informazioni che nessun rendering può offrire.
Riconoscere il corpo come strumento di progetto significa accettare che alcune decisioni non possano essere prese solo a tavolino.
Richiedono attraversamento, presenza, tempo.
Questo non elimina la necessità di competenze tecniche o di strumenti tradizionali.
Le integra in un processo più completo, in cui la misura numerica e quella percettiva convivono.
Il progetto non viene semplificato.
Viene approfondito.
Quando il corpo torna al centro del processo, il progetto acquista una dimensione diversa.
Non è più solo una costruzione formale, ma una relazione tra spazio e presenza.
La realtà virtuale, in questo scenario, non è il fine.
È il mezzo che rende questa relazione osservabile prima che diventi irreversibile.
Eppure, nessuna di queste misure restituisce davvero come uno spazio viene percepito.
La scala reale, l’orientamento, la relazione tra ambienti, il senso di apertura o compressione non emergono da un dato numerico, ma da un’esperienza corporea.
Prima di qualsiasi rappresentazione, lo spazio viene compreso dal corpo.
Oltre la misura astratta
Disegni, modelli e immagini permettono di descrivere uno spazio, ma lo fanno sempre dall’esterno.
Il corpo, invece, lo misura dall’interno.
Camminare, fermarsi, voltarsi, attraversare una soglia: sono azioni che producono una lettura immediata dello spazio.
Non razionale, ma percettiva. Non teorica, ma vissuta.
Quando il progetto viene valutato solo attraverso strumenti astratti, questa dimensione resta implicita, spesso sottovalutata.
Eppure è proprio qui che molte decisioni trovano il loro senso.
La percezione come atto progettuale
La percezione non è un effetto collaterale dell’architettura.
È una componente strutturale.
Ogni scelta progettuale modifica il modo in cui il corpo si orienta, si muove, si relaziona allo spazio.
La larghezza di un passaggio, l’altezza di un soffitto, la distanza tra due ambienti non sono solo dati dimensionali: sono condizioni esperienziali.
Progettare significa quindi prendere decisioni che avranno conseguenze dirette sul corpo di chi abiterà lo spazio.
Quando il corpo rientra nel processo
Nel momento in cui il progetto diventa esperibile prima di essere costruito, il corpo rientra attivamente nel processo decisionale.
Non come riferimento simbolico, ma come strumento di verifica.
La percezione di una distanza, la leggibilità di un percorso, il rapporto tra interno ed esterno emergono solo quando lo spazio viene attraversato, anche in forma simulata.
Qui il progetto smette di essere un esercizio di immaginazione e diventa un’esperienza anticipata.
La realtà virtuale come estensione della percezione
È in questo contesto che la realtà virtuale trova il suo significato più profondo.
Non come dimostrazione tecnologica, ma come estensione coerente della percezione corporea.
La VR non introduce un nuovo linguaggio.
Rende evidente ciò che il disegno e l’immagine non riescono a restituire completamente: la relazione diretta tra corpo e spazio.
Indossare un visore non significa “guardare meglio”, ma esserci.
Significa percepire la scala reale, orientarsi nello spazio, valutare distanze e proporzioni attraverso il movimento.
La tecnologia, in questo caso, non sostituisce l’esperienza.
La rende accessibile prima della costruzione.
Dalla simulazione alla presenza
Esiste una differenza sostanziale tra simulare uno spazio e sentirsi presenti al suo interno.
La presenza non è data dal livello di realismo grafico, ma dalla coerenza percettiva.
Quando il corpo riconosce uno spazio come credibile, anche se ancora virtuale, le decisioni cambiano qualità.
Non si valuta più solo ciò che appare corretto, ma ciò che si sente corretto.
La realtà virtuale diventa così uno strumento di misura sensibile, capace di restituire informazioni che nessun rendering può offrire.
Riconoscere il corpo come strumento di progetto significa accettare che alcune decisioni non possano essere prese solo a tavolino.
Richiedono attraversamento, presenza, tempo.
Questo non elimina la necessità di competenze tecniche o di strumenti tradizionali.
Le integra in un processo più completo, in cui la misura numerica e quella percettiva convivono.
Il progetto non viene semplificato.
Viene approfondito.
Quando il corpo torna al centro del processo, il progetto acquista una dimensione diversa.
Non è più solo una costruzione formale, ma una relazione tra spazio e presenza.
La realtà virtuale, in questo scenario, non è il fine.
È il mezzo che rende questa relazione osservabile prima che diventi irreversibile.



